Archive for the ‘Parto’ Category

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Per la nascita di una bimba

7 luglio 2016

Dall’unione di due cuori è nata lei, è sbocciata come fiori
E voi le sue radici, profonde, sicure

Ora è solo teneri ramoscelli, esili fili d’erba, timidi boccioli.

Ma con il vostro sostegno diventerà una splendida pianta, forte e alta.

Benvenuta Anita!

quadro per anita

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Parto, rooming-in e allattamento al seno.

18 febbraio 2012

Ho avuto la fortuna di partorire i miei figli in un ospedale in cui fanno il rooming-in: consiste nel lasciare il neonato in camera con la mamma da subito e 24 ore su 24.
C’è il nido a disposizione delle mamme, dove i bambini vengono visitati, pesati e dove si può lasciare il bambino se se ne ha bisogno, ma la regola è che bambino e mamma stanno sempre insieme.

Inoltre in questa struttura si favorisce in tutti i modi l‘allattamento al seno: stando sempre insieme al bambino la mamma ha la possibilità di attaccare al seno il bambino ogni volta ce ne sia bisogno.
Il bambino viene dato alla mamma appena uscito dalla sua pancia e viene subito fatto avvicinare al seno.
Le ostetriche poi seguono la mamma per aiutarla ad attaccare il bambino nel modo migliore e far si che l’allattamento cominci nel migliore dei modi.
Il nido nell’ospedale è nello stesso corridoio dove ci sono le stanze delle neomamme, così una mamma può alzarsi dal letto e con pochi passi raggiungere il luogo dove sta il suo bambino e osservarlo attraverso l’ampia vetrata.

Il primogenito nacque con parto spontaneo (se volete il racconto del pretravaglio, il travaglio e la fase finale): appena nato è stato dato in braccio al papà che aveva assistito al parto, poi a me sono stati dati un paio di punti a causa dell’episitomia, poi il bimbo è stato messo nel letto con me che ancora eravamo nella sala parto e l’ostetrica mi disse “Può attaccarlo se vuole”.
Ricordo che lui aveva gli occhietti già aperti e diceva “gnè gnè” e girava la testa come osservandosi intorno, poi capitò davanti al mio capezzolo, si fermò, aprì la bocca e ZAC, lo prese in bocca come se avesse sempre saputo cosa ci doveva fare.
Fu meraviglioso.

(il primogenito a circa un quarto d’ora di età) 

La secondogenita è nata invece con un parto cesareo d’urgenza: a 7 mesi e mezzo ha pensato bene di premere il pulsante EJECT e così è nata. Essendo prematura e di soli 2 chili è stata subito messa in incubatrice, dove è rimasta una settimana.
In quel caso l’attaccamento al seno è avvenuto 3 giorni dopo, prima perchè non riuscivo ad alzarmi dal letto io, dopo perchè lei non poteva essere tirata fuori dall’incubatrice.
Ma l’allattamento era lo stesso il primo pensiero delle ostetriche: a maggior ragione dato che era prematura, mia figlia aveva bisogno del mio latte, così mi è stato fornito un tiralatte e consigliato di usarlo ogni 3 ore per simulare la ciucciata della bimba e favorire la montata lattea.
E così feci: dopo 4 giorni dal parto, a dispetto di chi dice che dopo un cesareo il latte fa fatica a venire, ebbi la montata lattea e iniziai a riempire biberoncini che portavo al nido e che le ostetriche davano alla bimba al posto del latte artificiale. Dopo un altro paio di giorni l’aggiunta non era più necessaria e le ostetriche mi riempivano di complimenti ogni volta che portavo loro biberoncini sempre più pieni. Dopo altri due giorni la bambina si attaccava al mio seno perchè era finalmente stata tirata fuori dall’incubatrice e dicemmo addio anche al tiralatte.

(la secondogenita la prima volta che potei prenderla in braccio, a 4 giorni di età) 

La secondogenita rimase in ospedale 12 giorni perchè bisognava tenerla sotto controllo almeno fino al compimento della 36^ settimana gestazionale. Molti ospedali mandano a casa la mamma e tengono il bambino al nido, ma la filosofia dell’ospedale dove ho partorito io era “Finchè non va via il bambino, non va via neanche la mamma“. E questo sempre per l’importanza che per loro riveste l’allattamento al seno: come fa infatti una mamma ad allattare al seno suo figlio stando a casa sua e andandolo a “trovare” un paio di volte al giorno?

Morale della favola: se siete in dolce attesa e dovete scegliere la struttura dove partorirete, secondo la mia personale esperienza mi sento di consigliarvi un ospedale in cui facciano il rooming-in e dove diano priorità all’allattamento al seno.

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E poi all’improvviso sei arrivata tu.

5 maggio 2010

Ebbene si, ho partorito.

La bimba ha pensato bene di nascere con 5 settimane di anticipo, alla tenera età di sette mesi e mezzo.

Il 23 aprile mi sveglio alle 4 per andare al bagno e mi accorgo di stare sanguinando, tanto.

Chiamo mio marito e gli dico “Amore, mi sa che dobbiamo andare”.

Lui arriva un po’ assonnato e mi chiede “Dove?”, alchè gli indico la pozza di sangue sul pavimento: lui sbianca e dice “Oh, cavolo” prima di scappare a prapararsi.

In dieci minuti siamo all’ospedale, dove cercano di visitarmi ma non ci riescono a causa dell’emorragia, così decidono di operare “Dobbiamo far nascere il bambino”.

Io ero stranamente tranquilla, anche perché in macchina l’avevo sentita muoversi e tanto mi bastava.

Mi portano in sala operatoria, mi fanno una rapida punturina alla schiena, mi fanno sdraiare e mi disinfettano la pancia. Io avevo solo un leggero formicolio a una gamba e pensavo “L’anestesia non ha ancora fatto effetto”.
E loro tagliano.

Non vi sto a spiegare la sensazione di sentirsi squartati.

Ho urlato “Fermi!” ma il dottore al quale stritolavo la mano mi ha spiegato che non potevano aspettare oltre né darmi farmaci che sarebbero arrivati alla bambina: mentre strillavo lui diceva “Ma così non si può… sta sentendo tutto…

Comunque in un rapidissimo ma interminabile minuto hanno tirato fuori la bimba dalla mia pancia, poi me l’hanno mostrata al volo prima che mi addormentassi (o svenissi per il dolore, non so).

Dopo una mezz’oretta ho ripreso conoscenza: non avevo la minima sensibilità né alle gambe né alla pancia: mi hanno portata fuori dalla sala operatoria, dove mi aspettava un marito preoccupato (aveva sentito tutto l’audio dell’operazione… poverino) ma emozionato (gli avevano messo un attimo in braccio la bimba prima di portarla in incubatrice).

E’ venuto il dottore a farmi l’anamnesi e a farmi firmare l’autorizzazione all’operazione che mi avevano appena fatto: mi ha detto “So che è un controsenso ma non avevamo proprio tempo prima: considerate che se tardavate mezzora non ero qui a parlare né con lei né con la bimba. La bimba se ne andava perché non le arrivava ossigeno, la mamma a causa dell’emorragia”.

Insomma, ci siamo fatte undici giorni di ospedale, i primi dei quali io li ho trascorsi a letto con dolori lancinanti (e non venitemi a dire che il cesareo è meglio del parto naturale…!) e la bimba nell’incubatrice: l’ho potuta vedere 3 giorni dopo che era nata.

Ma ora stiamo bene e siamo a casa: io mi sono rimessa in piedi e lei sta piano piano prendendo peso, mangiando da brava il latte dalla sua mamma.

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Namastè

3 febbraio 2010

Mi faccio un regalo: mi iscrivo a un corso di yoga per donne in gravidanza.
La disciplina dello yoga mi ha sempre ispirato, anche perchè sono una persona che tende a essere nervosa, a somatizzare il nervosismo e a irrigidirsi se prova dolore.
Quindi in vista del secondo parto ho deciso di imparare ad avere un maggiore controllo sul  mio corpo, a fare mirati esercizi di respirazione e a rilassarmi.
Ho trovato un posticino relativamente vicino a casa e questa mattina ho avuto un incontro con la signora che tiene i corsi: mi è piaciuto il posto, mi  è piaciuto anche l’esterno – si trova nel centro storico di un paesino – mi è piaciuta la lezione e mi è piaciuta la signora.
Quindi… da lunedì comincio!

E Namastè a tutti.

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Racconto del parto: la fase espulsiva

27 gennaio 2009

E così andiamo in sala parto.
Nell’ospedale dove ho partorito si segue una specifica teoria sul travaglio, sul parto e sulla degenza: tutto avviene nella maggiore naturalezza e minore medicalizzazione possibile.
La partoriente viene lasciata libera di muoversi durante il travaglio, viene lasciata insieme al bambino 24 ore su 24, si favorisce l’allattamento al seno…

La sala parto è organizzata secondo questa filosofia: ha le luci soffuse e una musica bassa, c’è la vasca da una parte e il lettino, che non è un vero e proprio lettino dove stare sdraiate ma più una poltrona un po’ reclinata.
Se la partoriente vuole può rimanere in piedi o accucciarsi, può scegliere lei la posizione in cui si trova meglio. Essendo il parto un evento naturale, si pensa che la donna istintivamente sa come deve mettersi e viene assecondata.

Io ho provato a stare in piedi, ma le fitte erano insopportabili così mi sono seduta sulla poltroncina.

Mio marito era lì con me: quando ne parlavamo non era entusiasta all’idea di assistere al parto e io gli lasciavo carta bianca “Se vuoi vieni sennò no.”
In quel momento è venuto tutto spontaneo, mi ha accompagnata dall’inizio alla fine senza che io gli dicessi nulla.
Stava alla mia destra, e mi diceva “Sei bravissima“.

Appena sistematami sulla poltroncina c’era l’anestesista: ricordate che nel delirio avevo chiesto di farmi l’epidurale?
Ma una volta lì ho chiesto all’ostetrica “Quanto manca?” e lei “Mah, un’oretta, e il peggio è passato” alchè ho risposto “Un’ora? Capirai!! Sono quattro ore che soffro mò l’epidurale non la voglio più
E sono contenta di non averla fatta perchè la fase finale è meno dolorosa del travaglio.
Ogni contrazione la convogli nella spinta e partecipi attivamente, non rimani lì passiva in balia dei dolori come avviene nel travaglio.
Ero stanca morta, è come fare mille serie di addominali dopo aver scalato l’Everest.

E per rendere più divertente il tutto, il mio piccolino voleva uscire sì di testa, ma con la manina attaccata alla fronte.
C’è stato un attimo in cui ho visto il ginecologo guardare l’ostetrica scuotendo la testa.
Un consiglio ai ginecologi: non lo fate!

E così mi sono beccata pure l’episiotomia. Per i non addetti ai lavori, trattasi di piccola incisione.

Insomma, spingevo di qua, spingevo di là, vedevo tutti puntini luminosi tanto era lo sforzo, e non bastava! Tant’è che ginecologo e ostetrica si sono messi di traverso sulla mia pancia col gomito per favorire la fuoriuscita del piccolo rospo.

Alle ore 00.32 è nato.
Me lo hanno subito poggiato sulla pancia e io lo osservavo incredula: un ranocchio tutto grigio… eh si, appena nato non aveva un bel colorito. 🙂
Poi lo hanno dato in braccio al papà, che tutto emozionato se lo coccolava.
E il cucciolo se ne stava lì tranquillo, non un pianto, e con gli occhietti da subito aperti a osservarsi in giro.

Per quanto riguardava me, con la nascita del ranocchio non avevo mica finito: altre spinte e altre contrazioni per far uscire la placenta, poi i punti (ahia, li ho sentiti uno per uno), poi l’ostetrica che mi schiacciava la pancia per pulire l’utero… e ogni volta mi dicevano Abbiamo finito abbiamo finito, e ogni volta non avevamo finito.

Ma poi finalmente abbiamo finito sul serio. Non so come mi sono alzata dal lettino e mi sono sdraiata nel mio letto e mi hanno subito messo di fianco il bimbo. Poi ci hanno parcheggiato tutti e tre fuori dalla sala parto per un po’ prima di riportarmi in camera.

E così ce ne siamo stati lì per un po’, mio marito ed io a osservare il piccolo frutto del nostro amore, sempre lì che si guardava intorno.
Mio marito ha tirato fuori dalla tasca la macchinetta fotografica e ha fatto i primissimi video, così abbiamo la testimonianza dei primi attimi di vita del nostro cucciolo.

Poi io mi sono sollevata la camicia da notte e ho scoperto un seno, avvicinandolo al bimbo: incredibile… proprio come se sapesse esattamente cosa fare ha aperto la boccuccia e ZAC! Ho sentito che si attaccava a ciucciare. Ovviamente non c’era ancora molto da ciucciare, il seno all’inizio produce una sostanza chiamata colostro, che non è ancora latte vero e proprio ma è comunque una sostanza importante per il bambino, ricca di nutrimento e anticorpi.

Trascorso un po’ di tempo parcheggiati fuori dalla sala parto, le ostetriche hanno deciso che era il momento di riportarmi in camera.
Mio marito è dovuto andare via e il piccolo lo hanno preso le ostetriche per fargli un po’ di controlli.
E così sono rimasta sola, ancora incredula e sfinita: ma non ho chiuso occhio finchè non mi hanno riportato il piccolo.

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Racconto del parto: il travaglio

26 gennaio 2009

Se il pretravaglio era stato per me abbastanza gestibile, durante il travaglio ho perso il  lume della ragione.
Non sono riuscita a rilassarmi minimamente, nè a mettere in pratica le tecniche di respirazione imparate al corso pre-parto.
Durante le contrazioni lanciavo urli e imploravo pietà, che qualcuno facesse smettere quelle fitte insopportabili.

Mio marito poverino mi stava vicino, impotente.
Io gli dicevo “Chiamali, che mi diano qualcosa, ci sarà pur qualcosa che mi possono dare… TU NON CAPISCI QUANTO FA MALE“.
Che poi io non sono una che si lamenta quando ha dolori, e tantomeno sono una che prende medicine al primo doloretto.

Inoltre avevo sempre sostenuto di non voler fare l’epidurale.
L’epidurale è un’anestesia locale che non ti fa sentire i dolori del travaglio ma che ti può essere fatta solo se arrivi a una certa dilatazione. Però non ti fa partecipare attivamente alla fase espulsiva, perchè non senti le contrazioni.
Io, stoicamente, sostenevo di voler partecipare in piena consapevolezza a tutte le fasi della nascita del mio bambino.
Perdipiù non mi ispirava per niente l’idea di farmi sforacchiare la colonna vertebrale!

E invece, una volta in preda a lancinanti fitte alla schiena che mi lasciavano stremata, imploravo che mi dessero qualunque cosa, che mi facessero pure l’epidurale.

Non voglio spaventare eventuali future mamme che si siano messe a leggere questo post: il travaglio per ogni donna è diverso.
Il mio è stato relativamente breve (4 ore) ma mooolto intenso: quello di mia cognata ad esempio è stato molto lungo (una decina di ore) ma durante esso lei ha pure dormito!

Il travaglio, nell’ospedale dove ero ricoverata io, lo si trascorre nel reparto degenze, quindi ero in quella che sarebbe poi stata la mia stanza.
Avevo una compagna di stanza, che ho visto distrattamente: non ero molto concentrata su ciò che mi circondava. Ricordo di aver visto delle donne incinte affacciarsi alla stanza con gli occhi sbarrati: forse si chiedevano se anche loro avrebbero fatto tutti quei versi…

Ogni tanto mi trascinavo verso la stanza delle ostetriche, accasciandomi al suolo quando arrivavano le contrazioni, lì nel corridoio, e imploravo la sventurata di turno di darmi qualcosa per quei dolori: la risposta era sempre la stessa “Non le possiamo dare nulla, sennò interrompiamo il travaglio”.
Guarda caso era proprio quello che volevo: interrompere tutto e andarmene a casa. Fermate il travaglio, voglio scendere!!

Non so di preciso che ore fossero, saranno state le 11, 11 e mezza, quando ho sentito che qualcosa stava cambiando: le contrazioni erano diverse.
Oltre alle spade infuocate che mi si conficcavano nella schiena, sentivo la pancia che… spingeva da sola.
E appena le ostetriche hanno sentito che dicevo così, mi hanno visitata per vedere a che dilatazione ero arrivata e hanno deciso che era il momento di andare in sala parto.

Entrai così nell’ultima fase del parto: la fase espulsiva.

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Racconto del parto: il pretravaglio.

26 gennaio 2009

Come dicevo, a fine giugno ho partorito.
Dicono che la donna ha un ormone che le fa dimenticare i dolori del parto, il che spiega come mai non siamo tutti figli unici.

Io quest’ormone non ce l’ho.
La voglia di fare, in futuro, un secondo figlio si, ce l’ho, ma se ci penso ricordo perfettamente il giorno in cui ho partorito.
Ve lo dimostro.

Premetto che il giorno prima avevo fatto la visita dal ginecologo, il quale mi aveva detto che avrei fatto ancora in tempo a fare il monitoraggio della settimana successiva perchè ancora non c’eravamo.
Consiglio al ginecologo di non giocare mai al lotto, che proprio non ci azzecca.

Dopo pranzo vado a farmi la solita passeggiatina intorno casa: si sa che nelle ultime settimane della gravidanza camminare fa bene, in generale perchè fa bene al bambino, viene cullato e gli arriva più ossigeno, e in particolare la camminata stimola l’inizio del travaglio.
Torno a casa e sento le solite contrazioni piccoline che oramai mi accompagnano da giorni. Piano piano si fanno però più intense.
Verso le cinque del pomeriggio, le prime contrazioni più forti. Non ancora dolorose, ma iniziano a farsi sentire.

Avevo scongelato il macinato per fare le polpette la sera, così mi metto subito a fare ‘ste polpette, pensando “Se è un falso allarme, abbiamo la cena pronta, se non lo è, mio marito avrà qualcosa da mangiare.”
Telefono anche a mio marito per dirgli di non rientrare troppo tardi la sera perchè sento un po’ dei doloretti al basso ventre.
Il marito s’è presentato a casa un quarto d’ora dopo.

Tra le 5 e le 5 e mezzo faccio le polpette, fermandomi ogni 10 minuti causa contrazioni: sempre non dolorose ma abbastanza intense.
Notando che le contrazioni sono a intervalli estremamente regolari (primo indizio del travaglio in avvicinamento) vado a farmi la doccia, che non si sa mai…
Alle 7 le contrazioni sono sempre regolari, e sempre più dolorose. Ogni cinque minuti mi accascio alle prese con un forte mal di pancia e di schiena.
Alle 7 e mezza decidiamo che non si tratta di falso allarme e ci incamminiamo verso l’ospedale.

Arriviamo il ospedale alle 8 e io oramai lancio degli urli ogni 5 minuti.
Mi ricoverano e mio marito mi sta sempre vicino, un po’ nel pallone: non capisce bene cosa gli chiedano gli infermieri, non si ricorda la  mia data di nascita…

Io sono entrata oramai nella fase del travaglio vero e proprio.