Archive for the ‘la grande C’ Category

h1

Ricorrenze tristi: istruzioni per l’uso.

25 marzo 2016

Il primo anniversario della morte di mamma mi colse alla sprovvista.
Con spavalderia avevo deciso che sarebbe stato un giorno come un altro: la mia razionalità mi imponeva di pensare che era una semplice convenzione, una data capitata per caso.
Non è che perchè oggi è passato un anno sul calendario, lei mi manca di più di ieri o di domani, mi dicevo.
Ma niente: il cuore ragiona in un altro modo. E nonostante il mio impegno a non dare importanza a quella data, non riuscivo a smettere di piangere.

L’anno dopo mi organizzai per tempo: il 25 marzo lampeggiava sul calendario, lo sentivo arrivare, lo avevo soprannominato “il mio giorno brutto”. Organizzai una uscita al mattino, poi il pomeriggio sarei andata da mio padre, mio marito ci avrebbe raggiunti, saremmo andati a messa e poi a cena fuori.
Mio figlio però ci si mise d’impegno per mandare all’aria la giornata e farmi distrarre a modo suo: aveva un anno e mezzo, ero incinta della sorellina, e lui pensò bene di farsi venire le convulsioni febbrili: così la gita dal nonno venne sostituita con una gita al pronto soccorso.

Gli anni successivi ho sempre cercato di organizzarmi con largo anticipo “il mio giorno brutto”: più ero impegnata, meno momenti avevo liberi per farmi cogliere di sorpresa dalla malinconia.
Di anno in anno ho imparato ad affrontare il giorno brutto e le cose sono andate lentamente migliorando.

Oggi sono otto anni che mia mamma non c’è più e confesso che fino a ieri pomeriggio ho pensato a come impegnare la giornata. Dall’inizio della settimana diversi programmi si sono alternati nella mia mente fino a che ieri sera non ho detto BASTA.
Sono stufa di affannarmi a riempire il mio giorno brutto. Voglio cominciare a viverlo come una giornata come le altre. Non voglio più impedire alla malinconia di arrivare a farmi compagnia: oramai è diventata una malinconia leggera e dolce. E soffocare i sentimenti è comunque sbagliato.

Fammi compagnia, ovunque tu sia.

8 anni

Annunci
h1

La prima mammografia non si scorda mai.

5 dicembre 2014

Andare a fare la mammografia quando tua madre è morta di cancro non è una passeggiata, dal punto di vista emotivo.
Già hai questo fatto della “ereditarietà” e della “familiarità” che ti pesa sulla testa come una spada di Damocle.
Ma quantomeno, riesci a non farci caso per la maggior parte del tempo. Riesci a pensare di avere a stessa probabilità di chiunque di ammalarti.

Poi un bel giorno compi 35 anni ed entri in quella fascia di età in cui, a causa della suddetta familiarità, è consigliabile anticipare la mammografia.

Fai un bel respiro, prendi il telefono e prenoti.
C’è un posto libero domattina“.
Cavolo, non l’avevo considerato. Pensavo di aspettare settimane e abituarmi lentamente all’idea.
Ma forse è meglio così: via il dente, via il dolore.

La mattina dell’appuntamento, telefona la segretaria: “Il dottore purtroppo oggi non può venire ma se vuole c’è il tecnico, intanto fa la mammografia e domani gliela referta il dottore.
Ok, facciamo un passo alla volta.

Arrivo nello studio e incontro lei, la macchina “Schiaccia-tette”, munita di presse futuristiche. La guardo terrorizzata: non vorrete mica che infilo alcunchè di mio lì dentro vero?
Il tecnico si ripara dietro un vetro: la mammografia è pur sempre una doccia di radiazioni.

E’ sicura di non essere incinta?
Beh, non saprei, potrei pur sempre fare parte di quello 0.1% di casi di fallimento della pillola anticoncezionale.

Devo riconoscere che il tecnico mi mette a mio agio, “le darà un po’ fastidio, mi dica lei quando devo fermare, consideri che più premiamo meglio viene l’immagine“.
Alchè collaboriamo: io dico àia quando comincio a sentire un po’ male, lui mi chiede se possiamo aggiungere un millimetro, raggiungiamo lo strizzamento ottimale.

Insomma, il primo passo è fatto: non è stato così terribile, non doloroso ma solo un pochino fastidioso. E sono tornata a casa con tutto ciò che avevo prima, al suo posto.

Passata la paura fisica, il giorno dopo mi tocca quella emotiva.
Sento la presenza di mamma di fianco a me, che mi infonde coraggio.
Penso a cosa avrà passato lei, anni fa, a girare per studi medici per anni, ad aspettare nelle sale d’attesa, sperando in buone notizie.
Allo sconforto che l’avrà assalita quando queste non arrivavano.

E’ il mio turno. Il dottore mi dice “vado a prendere la sua mammografia“, si infila in una stanza con altri due signori e cominciano a chiacchierare del più e del meno. Io nel corridoio sento tutto dalla porta socchiusa, e non mi pare vero che mi lascino a macerare nell’attesa mentre discutono degli ultimi ritrovati tecnologici nel campo degli ecografi. Passati 20 infiniti minuti, il dottore esce, forse nota il mio sguardo assassino e  mi fa “Stia tranquilla, la mammografia è pulita, non c’è nulla

Devo resistere ancora qualche minuto e ricacciare indietro le lacrime che sento premere nelle orbite.
Ancora qualche passo per uscire dallo studio, ancora qualche passo fino alla macchina, e posso crollare in un pianto liberatorio.

Sento un pat pat sulla spalla, come a dire “te l’avevo detto bimba mia che andava tutto bene.”

mi manchi mamma.

mammogr

h1

Immaginaria lettera da lontano.

18 dicembre 2013

Ti sei decisa finalmente.

Quel maglione lo avevo cominciato circa sei anni fa, per tuo marito.
Lui ama i colori scuri, così avevamo scelto questa lana grigio melangè.
Il davanti e il dietro sono completati, le maniche sono da finire e da cucire al resto del lavoro.

La malattia che mi ha ucciso 5 anni fa non mi ha lasciato il tempo di ultimarlo. è un male subdolo, che si insinua nel corpo e nella mente privandoti di ogni energia.

E così il maglione è rimasto in una scatola, con il lavoro sui ferri, come se lo avessi solo poggiato un attimo per poi riprenderlo in seguito.

Ti ho vista, figlia mia, quando hai ritrovato la scatola: hai cercato di restare impassibile per un po’, sei come me, crediamo di potere (o dovere) dominare le emozioni. Poi la commozione ha avuto il sopravvento.
Era il giorno del tuo compleanno, due mesi fa. Consideralo un regalo da parte mia, una scatola piena di lane colorate e un lavoro da completare.

Sento un piacevole calore quando lavori con i miei ferri, sento che mi pensi e mi ricordi. In quei momenti sono li vicino a te e so che anche tu lo senti.
Vorrei essere davvero seduta li insieme a te e magari insegnarti: da bambina non ti interessava il lavoro a maglia, ero riuscita a farti imparare i punti base ma poi ti annoiavi subito. Preferivi disegnare o giocare ad altro.

Ora invece hai cominciato da sola.

Provi anche tu quella soddisfazione quando completi un lavoro? Quando lo osservi e lo indossi e puoi dire “questo l’ho fatto io”.
Certo che si, tu adori fare le cose a mano.

Un lavoro a maglia è un po’ una metafora della vita: due ferri che si incontrano e lavorano insieme un filo, intrecciandolo fino a formare una sottile fila di maglie. Poi lentamente, con pazienza e impegno, il lavoro formato aumenta e prende forma e assume significato. Fino a quando il lavoro non è completato e giungono le forbici a tagliare il filo e separare il lavoro dai ferri, che hanno concluso il loro compito.

Nel mio caso le Parche hanno tagliato il filo un pochino troppo presto: avrei tanto voluto essere presente alla nascita dei tuoi figli, esserti vicina quando diventati madre.
Ma quando un lavoro non viene po0rtato a termine, un altro paio di mani possono raccogliere i ferri e ultimarlo.
Mi piace pensare di averti insegnato abbastanza, di averti fornito tutti gli strumenti necessari per fare qualunque cosa tu voglia, che sia fare la mamma o fare un lavoro a maglia.

Io ho avviato le maglia e ti ho passato i ferri, ora sta a te prenderli e continuare il lavoro.

lana

h1

Mettiamoci una pezza.

26 marzo 2013

Metti che a Natale una amica ti regali tre bei gomitoli di lana. Tu non lavori a maglia, ma lei ti dice “Con le belle cosine che fai, prima o poi comincerai pure a lavorare a maglia come faceva tua mamma.”

Metti che la mia mamma faceva dei bellissimi maglioni ai ferri: io non avevo quasi mai bisogno di comprare maglioni, sceglievamo un modello che mi piacesse sulle riviste, andavamo a comprare la lana e lei me lo faceva.

Metti che ieri è stato il quinto anniversario della morte di mia mamma.

Metti che girando per blog senti di questa iniziativa.

Metti tutti questi stimoli insieme e ti verrà voglia di andare a ripescare i ferri di mamma, la lana della tua amica, e partecipare: e mettiamoci una pezza!

h1

Gazza ladra

22 febbraio 2013

Erano i tuoi ultimi giorni di vita.
Oramai lo avevamo capito anche noi.
Dopo anni di lotta contro una malattia che non lascia scampo, stavi soccombendo.
Il cancro ti divora lentamente, dall’interno. E per ultimo, si prende anhe il cervello.
Negli ultimi giorni, il malato delira: oltre al fisico, non funziona più la mente, la memoria, la sequenza temporale, i ricordi.

Tu passavi dalla convinzione di essere in un altro tempo, a quella di trovarti un un’altra città.
Sdraiata a letto, raccontavi ciò che vedevi: e ciò che vedevi non coincideva con quello che vedevamo noi.

Io ero seduta su una sedia al tuo fianco, e ti accompagnavo nelle tue visioni: non credevo fosse importante spiegarti quale fosse la realtà, ho creduto meglio farti compagnia in quella che era la tua realtà.
A un certo punto hai guartato la sedia dov’ero seduta e hai detto: “Guarda, sulla sedia… una gazza“.

Te ne sei andata dopo due giorni. In un ultimo sprazzo di lucidità mi hai guardata e mi hai detto “Chicca… sei qui.”
Si mamma, sono qui, ti accompagno.

Da allora, non posso incontrare una gazza ladra senza pensarti.
Lo sai che il posto dove ci vogliamo trasferire è in campagna? e lo sai che il nostro terreno è sempre visitato da tantissime gazze?
E’ bellissimo guardarle, anche se fa male.
Ma è un po’ come se il tuo spirito si fosse frammentato in centinaia di pezzetti e ognuno di essi ora voli libero dentro quegli splendidi uccelli. Ed è un po’ come se tu fossi qui.

h1

Di perdite, tempistiche, relatività

28 aprile 2012

Fino a qualche tempo fa avevo una strana percezione dei lutti altrui: l’aver perso la mamma in “tenera età” mi aveva reso insensibile ai lutti degli altri.
Avevo sviluppato una sorta di graduatoria, di scaletta, secondo la quale giudicavo le perdite degli altri. Ad esempio,  se tu perdi la mamma a una età maggiore di 28, non venirlo a dire a me: io ho perso la mamma prima di te! Oppure, se ti muore il gatto, non venirlo a dire a me: io ho perso la mamma!
In parole povere, se pensavo che il tuo lutto era “meno importante” del mio, non riuscivo a sentirmi triste per te.

Poi ho superato questa fase infantile (si può maturare anche nell’elaborazione del lutto?) e ho capito.
Il tempo non centra, anzi forse peggiora le cose, sicuramente le modifica.
Se una signora di 60 anni perde sua madre, non penso più “Beata te che ce l’hai avuta per così tanto tempo, io non ho potuto” ma penso che poverina sentirà una grandissima mancanza, perchè per così tanto tempo ha avuto di fianco a se la figura materna. Io a 32 anni, sono già 4 anni che non ce l’ho più e ho imparato a cavarmela da sola, senza avere lei come riferimento. Ma la signora di cui sopra, si sentirà spaesata all’improvviso perchè sarà stata abituata per tantissimi anni ad avere quel riferimento.
I nostri sentimenti saranno differenti. A me accompagna una sorta di malinconia per il non vissuto, a lei la mancanza quotidiana. A me l’invidia per le mie coetanee che vivono la maternità accompagnate dalle loro madri, a lei il terreno scomparso all’improvviso sotto i piedi e l’assenza nella vita di tutti i giorni.

Scusate, questo blog è diventato un po’ monotematico ultimamente… prometto che a breve vi racconterò le novità sulla mia nuova casa in campagna.

h1

The big C

11 aprile 2012

A pranzo sono da sola: il marito è al lavoro e i bimbi a scuola.
Così mi fa compagnia la tv: è l’unico momento nell’arco della mattina in cui accendo il televisore.
I miei canali preferiti sono quelli di sky di intrattenimento tipo Fox, dove danno telefilm divertenti. Fino al mese scorso c’era Modern Family che mi divertiva tantissimo ma ora ha cambiato orario.
In queste ultime settimane invece mi ha fatto compagnia The big C, la storia di una donna che scopre di avere la grande C ovvero il cancro e del modo in cui affronta la malattia ma soprattutto la vita.


Non è assolutamente un telefilm strappalacrime, è molto divertente e leggero anche quando parla del tema centrale.

Ma ieri c’è stata una scena che mi ha fatto versare abbondanti lacrime nel piatto di pasta che avevo davanti.

Questa donna ha un figlio adolescente che sembra non aver colto a pieno l’importanza di quello che sta succedendo a sua madre: e si dimostra insensibile anche durante il funerale di una amica di famiglia.
Quando però trova la chiave di un box con su scritto “Da non aprire finchè non me ne sarò andata” non resiste alla curiosità e va ad aprirlo. E trova una macchina decappottabile e una marea di pacchetti regalo.
Appena vede tutto ciò sorride, sembra un paradiso tutta quella montagna di pacchi per lui.
Ma poi apre i bigliettini.
“Per il tuo 25° compleanno, con amore, Mamma.”
“Per il tuo diploma, con orgoglio, Mamma.”
“Per il tuo 26° compleanno, ti voglio bene, Mamma”
……

Tutte occasioni in cui lei non ci sarà più, tutti momenti importanti della vita del figlio cui lei non riuscirà a partecipare.

E li lui crolla.

E li sono crollata.
Due lame mi hanno trafitto il cuore: come figlia ho pensato a tutte le occasioni in cui non c’è la mia mamma.
E come mamma ho pensato a come deve essersi sentita lei all’idea di lasciarmi, di non condividere con me il resto della mia vita.
Ora che sono mamma e che conosco il filo che tiene unito un genitore al proprio figlio mi viene il vuoto nello stomaco all’idea di lasciarli e non vederli crescere. E temo che lo stesso sia successo a lei.

Quella di ieri era l’ultima puntata della prima stagione: spero torni presto a farmi compagnia a pranzo, nonostante tutto.