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La casa delle donne che corrono con i lupi: seconda parte

28 giugno 2016

“Scusi – le dico –  è solo che mi ha colpito il cartello…”

“Oh, prende il nome da un libro, l’autrice si chiama Clarissa Pinkola Estes e si intitola proprio ‘Donne che corrono con i lupi’. Parla del recupero del contatto tra la donna e la sua parte più istintiva, più selvaggia, più spontanea. La donna che corre con i lupi è la donna che ha un buon rapporto con sé stessa”.

Cerco di sbirciare oltre il cancello e domando alla signora “Di che posto si tratta?”

“Questa è una casa dove diamo rifugio a tutte le donne bisognose di aiuto. Ci sono ospiti con le problematiche più diverse… Vuoi entrare? Ti offro un caffè”

“Veramente non vorrei disturbare – mi affretto a rispondere – dovrei tornare a casa”. Il telefono squilla nella mia borsa, sul display lampeggia il numero di mio marito. Mi domanda infastidito dove io sia finita, gli rispondo che ho fatto una deviazione imprevista e che sarò presto di ritorno a casa.

La signora, che si era educatamente allontanata per lasciarmi un po’ di privacy durante la conversazione, sta staccando delle foglie secche dalla siepe. C’è una calma nei suoi gesti, e grande serenità nel suo sguardo.

“Credo di avere cambiato idea su quel caffè…” le dico.

Lei mi sorride, apre il cancello e mi invita con un gesto della mano a entrare: “Prego, benvenuta nella casa delle donne che corrono con i lupi”

Mi ritrovo in un ampio giardino ben curato, con aiuole delimitate da sassi bianchi e piante e cespugli di varie forme e colori all’interno. Seguiamo un sentiero lastricato di pietre larghe e arriviamo nei pressi di una casa a due piani, in mattoni rossi.

La mia ospite osserva la casa e mi racconta: “è una costruzione che ho ereditato anni fa da una zia. Dopo la prematura scomparsa di mia sorella, ho deciso che la missione della mia vita sarebbe stata quella di aiutare le donne che hanno bisogno di ritrovarsi, ricostruirsi dopo esperienze traumatiche. Credo fortemente nel potere terapeutico dell’arte, della scrittura, della pittura e della natura.”

Mi giro verso il giardino e ammiro la cura con cui sono disposte le piante e la tranquillità che questo posto emana. Cammino verso una grande quercia, dai suoi rami ancora stanno cadendo alcune foglie secche. Poggio una mano sul suo tronco ruvido e nodoso.

“Non limitarti a toccarlo – mi dice la signora – abbraccialo.”

Mi giro un po’ stupita. Abbracciarlo?

“Si, circonda tutto il tronco con le braccia. Senti l’energia che scorre dentro di lui, chiudi gli occhi, prova.”

Mi volto verso la quercia e poggio anche l’altra mano sul suo tronco. Lentamente, faccio scorrere le mani verso l’esterno e chiudo gli occhi. La superficie ruvida mi gratta i palmi e provo a concentrarmi su questa sensazione, man mano che le mani si allontanano, avvicino il viso al tronco. Respiro l’odore che emana e poggio una guancia su questa superficie ruvida. Stringo forte e resto un attimo in questa posizione, e mi sembra di essere un tutt’uno con lui. I miei piedi penetrano nel terreno e diventano radici, le mie braccia proseguono nel tronco e diventano rami, dalle mie dita nascono germogli e la mia mente sale verso il cielo.

Mi stacco dall’albero colpita dal fiume di sensazioni che mi ha travolta.

“Ma è stupefacente, non lo avrei mai detto!” confesso alla signora.

Lei sorride “le cose più semplici sono spesso quelle che riservano sorprese inaspettate”

Mi guardo intorno sempre più incuriosita, voglio scoprire quali altre sorprese riserva questo posto.

Su una panchina verso la siepe del giardino c’è una donna che legge. Incurante del freddo, rifugiata in un ampio giaccone e con un cappello di lana sulla testa è immersa nelle pagine del libro che tiene tra le mani.

La mia ospite riprende a camminare e mi spiega: “La casa è circondata da questo grande giardino e dal retro parte un sentiero che attraversa la campagna. Abbiamo un piccolo orto del quale ci occupiamo insieme alle nostre ospiti. Il lavoro nell’orto è una ginnastica che fa bene al corpo ma anche un balsamo per l’anima, grazie al contatto con la terra e la sua generosità nel donarci abbondanti frutti. Frutta e verdura che consumiamo nella mensa viene da qui, le donne qui si cibano di ciò che loro stesse contribuiscono a coltivare e questo dà una soddisfazione sconosciuta a chi non ha mai provato. Non è solo salutare per il fisico il consumo di alimenti autoprodotti, senza pesticidi, consumati appena raccolti: è un ciclo che si consuma sotto i nostri occhi, ti fa riscoprire il potere del dare la vita.”

Eccolo qui l’orto di cui parla la signora: nonostante sia inverno nelle file ordinate di terra lavorata ci sono cavoli, broccoli e insalata. Una ragazza sta cogliendo della bieta: ha un grande livido sulla guancia e quando ci vede si rigira dandoci le spalle.

La signora la saluta, le poggia una mano sulla spalla e si china vicino a lei. Scambiano qualche parola sotto voce, poi la signora si rialza e viene verso di me. Insieme torniamo verso la casa.

Non chiedo nulla sulla ragazza nell’orto. Posso solo immaginare che non abbia una storia piacevole alle spalle. Mi auguro con tutto il cuore che le ferite sul suo corpo e quelle nel suo spirito guariscano in fretta, magari con l’aiuto di questa signora gentile.

Siamo arrivate davanti alla casa, la signora apre la porta principale e io la seguo all’interno, dove mi accoglie una piacevole tepore. Lasciamo le giacche su un appendiabiti all’entrata: noto che su questo ingresso  ci sono tre porte, la signora fa gli onori di casa.

Apre la prima porta alla nostra sinistra e mi mostra una grande stanza con un enorme tavolo al centro, armadi e scaffali alle pareti. Ci sono dei cavalletti, tele e colori, materiali di ogni tipo sui vari ripiani, piccole statue creta sul tavolo.

“Questo è il nostro laboratorio: qui le mie ospiti possono dare libero sfogo alla loro creatività. Possono farlo da sole o in gruppo, come preferiscono. Più volte a settimana tengo io stessa delle lezioni su varie tecniche come la pittura, il decoupage, la modellazione della creta, oppure viene qualche mia amica a insegnarci. Questa stanza resta sempre aperta, a disposizione di chi la vuole usare. La creatività non ha orari, si può avere bisogno di esprimersi in qualunque momento. E l’espressione di sé è una ottima terapia”.

Usciamo dal laboratorio e la signora si avvia verso la seconda porta: è una biblioteca con altissime librerie lungo tutti i muri piene zeppe di libri. Due comode poltrone al centro della stanza dove fermarsi a leggere il libro scelto.

“E che dire della lettura? Spesso ci dimentichiamo del piacere che si trae dal prendersi dei minuti solo per sé, per dedicarsi a questa attività in completa solitudine. Leggere significa viaggiare stando fermi, non trovi? E le mie ospiti spesso hanno bisogno di evasione. A volte scorrendo i volumi su questi scaffali capita che il nostro sguardo venga attirato da un libro che ci sta in qualche modo chiamando. Vuoi provare?”

Mi avvicino a un ripiano della libreria e poggio una mano sui dorsi dei libri: chiudo gli occhi e faccio qualche passo sentendo le copertine che scorrono sotto alle dita. Mi fermo, apro gli occhi e guardo il titolo del libro su cui si è fermato il mio indice. Con stupore vedo che si tratta di “Donne che corrono con i lupi”.

“Prendilo, quel libro è tutta la mattina che ti stava aspettando” mi dice la signora sorridendo soddisfatta.

Non riesco a credere a questa coincidenza. Con scetticismo osservo gli altri libri intorno per controllare di non essere incappata in uno scaffale con decine di copie dello stesso libro, dove non era possibile trovarne uno diverso. Ma non è così: i titoli si alternano spaziando tra gli argomenti più disparati.

“Lo acquisterò una volta tornata a casa – dico alla mia ospite – questo è tuo…”

Ma lei insiste: “Davvero, prendilo. Me lo restituirai quando lo avrai terminato. E mi raccomando, scrivi sulla prima pagina il tuo nome e la data, in modo da lasciare il segno del tuo passaggio.”

Apro il libro e sulla prima pagina vedo una decina di nomi e date, scritti in diversi colori e con diverse calligrafie, testimonianze di altre mani che hanno sfogliato quelle pagine, altri occhi che hanno letto quelle parole, altre vite che sono passate da lì, con cui sento di avere in comune qualcosa, fosse anche solo la necessità di una ricerca.

La ringrazio e stringo il libro al petto, insieme usciamo dalla stanza.

Una scala in fondo porta al piano superiore: “sopra ci sono le camere da letto, vieni che ti preparo il caffè, o un the se preferisci”

La terza porta dà su una sala da pranzo: c’è un lungo tavolo con una dozzina di sedie intorno, sul fondo una porta che dà sulla cucina.

“Anche della cucina ci occupiamo tutte insieme sai? Ognuna secondo le proprie attitudini: c’è chi è brava a cucinare, chi preferisce aiutare nell’apparecchiare o sparecchiare, chi trova più rilassante lavare i piatti. C’è chi non ama svolgere nessuna di queste attività e allora si dedica più all’orto o ad altro. Ciascuna comunque dà il suo contributo alle attività quotidiane della casa.”

In cucina c’è un piccolo tavolino e due sedie: la signora mi fa cenno di accomodarmi.

“Cosa preferisci, un thè o un caffè?”

Poggia sul tavolo due tazze, una scatola con piccoli scomparti e all’interno una grande varietà di infusi di ogni genere. Poi prende anche una caffettiera, un vasetto di miele e un piatto con dei biscotti.

“con questa grande scelta di infusi quasi quasi scelgo il thè”.

Studio la selezione di bustine mentre la signora mette l’acqua nel bollitore. Non mi fa alcuna domanda, mi ha accolta nella sua casa e mi raccontato la sua attività. Scelgo una bustina di thè allo zenzero e arancia e sento la necessità di raccontarle qualcosa di me. Il cellulare squilla di nuovo nella borsa ma questa volta lo ignoro. Ho bisogno di concentrarmi su me stessa. La passeggiata mi ha rigenerato, l’aria fredda  mi ha leggermente intorpidito le mani e la pelle e ora questo calore è piacevolmente rilassante.

Racconto alla signora la mia mattinata, il periodo un po’ faticoso che sto attraversando, la vita che conduco e le sensazioni che mi hanno spinto a questa breve fuga. Scopro che confidarsi con una persona estranea è liberatorio, riesco a raccontarle quello che ho provato senza filtri, senza la paura di essere giudicata.

“Ti piace scrivere?” mi chiede a un certo punto.

Senza capire bene il senso di quella domanda le rispondo che ero molto brava nei temi al liceo, che da piccola tenevo un diario e qualche volta scrivo su un blog che ho aperto qualche anno fa.

“Alle mie ospiti chiedo di tenere un diario durante il periodo in cui soggiornano qui, e se vogliono, di continuarlo a casa. il diario è ovviamente strettamente personale e loro non devono avere alcuna censura nello scrivere. Per questo consiglio loro di scrivere la mattina appena sveglie, in quel momento in cui siamo ancora un po’ addormentate e quindi più sincere. Poi di scrivere anche la sera prima di coricarsi per raccontare ed essere consapevoli delle proprie emozioni e dei propri pensieri. Spesso siamo vittima di emozioni cui non sappiamo dare un nome. Chiedo loro “Cosa provi ora?” e loro non sanno rispondermi. Ti capita mai di non sapere cosa stai provando? O meglio, di non saper dare un nome preciso alle tue emozioni?”

Mentre la ascolto provo una profonda ammirazione per questa donna e il lavoro che fa. Si vede che mette una grandissima passione nel suo progetto e sono sicura che riesce a trasmettere questo entusiasmo anche alle donne che ospita.

Lei mi guarda con dolcezza “sei una donna fortunata sai? Hai saputo individuare e analizzare il momento che stavi vivendo e hai avuto il coraggio di chiedere aiuto. Non lo hai ancora fatto a parole ma lo hai fatto con questo gesto e questo è un buon inizio. Qui da me ci sono donne che non hanno avuto il tuo stesso coraggio e sono state consumate dai loro stessi sentimenti.”

Mi prende le mani tra le sue: “Non avere paura di farti aiutare, non è una sconfitta. La vera sconfitta sarebbe negarsi un aiuto per orgoglio e poi soccombere sotto il peso dei compiti che ti sei data, delle aspettative che gli altri hanno nei tuoi confronti.”

Ho un nodo alla gola, nelle ultime ore sono venuti a galla pensieri ed emozioni che sembrano travolgermi. E questa donna che mi conosce da soli cinque minuti sembra avermi letto dentro.

“Promettimi che tornerai a trovarmi, per dirmi come stai: vieni a prendere un caffè e fare due chiacchiere con me. Sono sicura che avrai tante cose da raccontarmi, tante novità, te lo leggo negli occhi, comincerai anche tu a correre con i lupi”

Quando salgo sul treno, una nuova energia mi scorre nelle vene. Oggi ho compiuto un piccolo passo verso una maggiore consapevolezza di me stessa, ho avuto bisogno di fare questa breve fuga per guardarmi un po’ dentro. Sono solo all’inizio, so di avere molta strada ancora da fare. Ma almeno so in che direzione devo andare e sento che è già qualcosa. Non sarà facile, non sarà breve, ma l’importante è partire. Devo riscoprire la sincerità, principalmente con me stessa in modo da poterlo essere anche con gli altri. Voglio ritrovare la mia forma, la mia dimensione, la mia strada.

Lo farò da sola? Mi servirà un aiuto? Questo ancora non lo so, sicuramente mi servirà il supporto della mia famiglia. Non mi devo vergognare di chiedere aiuto, continuando a soffocare le proprie debolezze si rischia di esplodere.

Sistemerò il mio curriculum e domattina mi metterò su internet alla ricerca di un lavoro part time: non voglio rinunciare ai pomeriggi con i miei figli ma ho anche bisogno di avere una mia collocazione fuori dalle mura domestiche.

Mando un messaggio a mio padre “Questa sera ti porto i bambini, per te va bene? Vorrei andare a cena fuori con mio marito”

Recuperare del tempo per me, recuperare del tempo per noi. Aspetto la risposta affermativa prima di mandare un messaggio anche a mio marito: “Tra dieci minuti sono a casa. Tu preparati, questa sera ti invito a cena fuori”

THE END

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6 commenti

  1. “Non avere paura di farti aiutare, non è una sconfitta. La vera sconfitta sarebbe negarsi un aiuto per orgoglio e poi soccombere sotto il peso dei compiti che ti sei data, delle aspettative che gli altri hanno nei tuoi confronti.”

    ❤ ❤ ❤

    L'ho letto, quel libro. E fa tanto bene, tanto!


  2. io confesso di non averlo finito: l’ho preso come un manuale, o come un libro da cui pescare capitoli a seconda della necessità. Ma mi rimase impresso come una voce che proveniva da lontano. L’ancestralità del nostro essere femmine, donne, madri, dee era altamente seducente.


  3. mi è piaciuta proprio tanto la fine di questo racconto! E l’ho inviata ad un’amica (non blogger, ma mamma) che sta passando un momento come la tua protagonista! Proprio perché il tuo stile mi piace tanto, mi sono permessa di nominarti per un Tag-Gioco 🙂 A presto! Amelie


  4. Non ho capito se è una storia vera o no…. Però in ogni caso è un bellissimo racconto!


  5. Ma no, è solo un racconto….


  6. Sono molto contenta che ti sia piaciuto! E spero sarà di qualche giovamento per la tua amica, quanto meno sapere che non è sola, che ci siamo passate in tante, e che sono momenti che poi passano.



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