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La casa delle donne che corrono con i lupi-prima parte

27 giugno 2016

Questo racconto è dedicato a tutte le donne che almeno una volta nella vita si sono sentite inadeguate, incomprese, spaesate, senza aria, sul punto di esplodere.

Tra un po’ esplodo.

E’ una terrificante giornata delle vacanze natalizie. Una di quelle con i bambini che litigano da ore, la pioggia incessante che rende impossibile ogni uscita, il marito impegnato in un non meglio precisato lavoro nel suo studio, la casa che urla vendetta per il disordine imperante, dolori mestruali che ti impediscono di  concentrarsi su alcunché e il telefono che squilla.

E’ insomma un tranquillo giorno delle vacanze di natale, o almeno così dovrebbe essere, tranquillo.
Da un po’ di anni oramai per me le giornate di vacanza, che siano i fine settimana o le vacanze estive o quelle natalizie, sono un periodo ancora più faticoso del resto dell’anno.

Ricordo che da bambina aspettavo con ansia le vacanze, che significavano riposo, niente scuola, dormire fino a tardi, poter fare quello che più mi piaceva ovvero giocare, disegnare, guardare un po’ di televisione, leggere, mangiare a casa con mamma e papà e magari anche i nonni, che venivano spesso a trovarci.

Anche da più grande, quando andavo all’università, vacanze significava niente più lezioni da seguire, poter uscire con le amiche e il fidanzato, niente più sveglia la mattina, andare a qualche mostra o al cinema, a passeggio, insomma libertà.

E ancora più tardi, quando lavoravo, non vedevo l’ora che arrivassero le vacanze, che avevano preso il nome di ferie: niente più traffico la mattina, il capo che pretende che tu finisca il lavoro per il giorno prima rispetto quello in cui te l’ha chiesto, la collega pettegola, la segretaria precisina, tornare a casa la sera tardi e trovarsi le faccende domestiche da fare.

Quando è cambiato tutto? Quando le vacanze hanno smesso di essere un momento di libertà e riposo? Perché ora la stessa parola vacanza invece che suscitare in me gioia mi fa venire la pelle d’oca?

L’anno in cui sono rimasta incinta e sono stata, per una strana coincidenza, licenziata, le vacanze estive e natalizie avevano avuto un sapore diverso, una libertà totale: non mi dispiaceva occuparmi per un po’ solo della mia pancia che cresceva, potevo tenere la casa ordinata con calma e fare la spesa quando volevo, senza essere vincolata a quei momenti ritagliati dal lavoro. Potevo dedicarmi ai miei hobby, lavorare a maglia, fare il corredino per il bimbo in arrivo, leggere tutti quei libri che si erano accumulati sul comodino.

Poi era nato il Pupo e le vacanze ricordo che erano ancora qualcosa di magico, erano giornate da trascorrere in tre, con il marito a casa dal lavoro e tempo per stare insieme e fare qualcosa di speciale, come le vacanze dovrebbero essere, speciali.

In un momento imprecisato però, qualcosa è cambiato. Non saprei dire quando, probabilmente non c’è stato un Prima e un Dopo, ma un lento accavallarsi di cose .

Avrei voluto trovare un nuovo lavoro per interrompere quella che credevo essere solo una pausa da casalinga. Quando il piccolo ha compiuto un anno ho creduto fosse il momento giusto e ho cominciato a inviare curriculum, ma ai colloqui di lavoro i miei potenziali capi storcevano il naso a leggere “coniugata e con un figlio”. Sembrava che quelle caratteristiche pesassero più della laurea conseguita anni prima. Inoltre non ricevevo neppure un adeguato supporto morale né da mia madre né da mia suocera: entrambe sono sempre state casalinghe ed erano state contente quando ero rimasta a casa, non concepiscono l’idea che un bambino cresca con una madre assente tutto il giorno per lavoro, almeno finché non ha raggiunto la maggiore età. Con queste premesse, non mi hanno supportato molto nella mia ricerca di un nuovo lavoro. Mi lanciavano eloquenti sguardi di disapprovazione quando chiedevo loro di tenermi i bambini se avevo un colloquio, ragion per cui cercavo sempre di fissare questi incontri durante l’orario in cui i bambini erano a scuola per non dover chiedere niente a nessuno.

Nel frattempo  il Marito ed io avevamo deciso di dare un fratellino al Pupo: non avevamo dovuto aspettare a lungo la seconda cicogna e così la famiglia si era presto allargata a quattro componenti.

Il progetto di trovare un lavoro si allontanava sempre di più, due bambini erano impegnativi e io avevo trovato un mio ritmo nella vita casalinga: mi dicevo che ci avrei pensato quando sarebbero cresciuti  e sarebbero andati a scuola.

E ora eccole li le due pesti, un bimbo biondo di cinque anni e una bimba castana di due, a litigare riguardo la proprietà di un giocattolo. È tutta la mattina che strillano e mi chiamano incessantemente: avrei voluto farmi una doccia ma ancora non ci sono riuscita, non appena penso di avere cinque minuti di tregua ecco risuonare il fatidico “Mammaaaaa!” che mi richiama alla realtà. Sono riuscita a stendere un carico di lavatrice ma ancora mancano i letti da rifare e la cucina da sistemare. Volevo anche andare a fare la spesa ma l’idea di andare al supermercato con le due pesti che continuano le loro discussioni anche in pubblico non mi entusiasma: ai loro litigi si aggiungerebbero i capricci per avere le caramelle o il giocattolo o qualunque altro oggetto messo in bella mostra per attirare la loro attenzione e la mia pazienza si esaurirebbe presto. Cercherò di andarci dopo pranzo lasciando i bambini a casa con il papà.

Il marito non sembra intenzionato a intervenire nella discussione, ha chiuso la porta per non essere disturbato e a me non va di litigare, così evito di coinvolgerlo nel problema.

A volte mi dico che dovrei smettere di avere paura di disturbare gli altri: insomma, lui è il padre dei bambini, ha il diritto e il dovere di essere reso partecipe delle questioni piacevoli ma anche di quelle più spinose. Invece spesso mi ritrovo a dirmi che lui è quello che lavora, ovvero mantiene la famiglia, quindi non mi va di disturbarlo quando è a casa perché ha più diritto di me di riposarsi.

Sto cercando da dieci minuti di mettere fine alla discussione dei bambini in modo pacifico, alterno blandi ammonimenti (“Bimbo, lascia stare i capelli di tua sorella… Bimba, smetti di mordere la mano di tuo fratello…”) a proposte “Bimba, perché non vieni insieme a me sul balcone che stendiamo?  Bimbo, perché non provi quel nuovo gioco che ti ha portato zia la scorsa settimana? Bimbi perché non ci sediamo che vi leggo una soria?”

Ma niente, oggi sembra non funzionare alcun metodo e sto cominciando a perdere la pazienza.
I crampi al basso ventre da ciclo mestruale al primo giorno mi fanno sentire ancora più fatica del normale. Questa notte la bimba si è svegliata due volte piangendo, con le streghe che disturbano il suo sonno: allora alzati, vai in camera sua a consolarla, portala in bagno a fare la pipì così si sveglia un pochino e magari le streghe si allontanano e quando si riaddormenterà sognerà piuttosto gli unicorni. E nonostante il sonno notturno spesso interrotto, alle sette meno un quarto era già sveglia e pronta per iniziare la giornata, tanto che io mi domando come mai nei giorni di scuola sia necessario tirar giù i bambini dal letto con il cric perché dormirebbero fino a mezzogiorno mentre durante le vacanze hanno la sveglia interna puntata all’alba.

Un altro strillo, un’altra litigata: raggiungo il punto di rottura quando il Bimbo dà uno spintone alla sorella che cade a terra piangendo. La mia mano cala di scatto sul sedere del primogenito a dargli una sculacciata e gli strillo di non provarci mai più. Lui mi guarda mezzo arrabbiato e mezzo stupito.

Non ho mai dato uno schiaffo ai miei figli: io da piccola ne ho presi tanti da una madre che esercitava un metodo educativo un po’ vecchio stampo e non ho alcuna intenzione di ripercorrere quei passi. Ricordo ancora la sensazione di bruciore sul viso, l’umiliazione, la rabbia che mi saliva dentro e che trattenevo per non far arrabbiare ulteriormente mia madre. Lei era una donna severa, riservata e silenziosa, difficilmente esprimeva ciò che provava. Quando combinavo qualcosa di sbagliato, venivo messa in castigo senza tante spiegazioni: mi aspettavano lunghe giornate durante le quali lei non mi rivolgeva la parola e io mi sentivo invisibile.

Non voglio utilizzare quello stesso metodo, voglio usare la comunicazione: quando i miei figli sbagliano li prendo in braccio e spiego loro dove hanno commesso un errore, perché dovevano comportarsi diversamente. Mio padre mi prende in giro per questo modo morbido di allevare i figli “Se tu ti fossi comportata così, tua madre te le avrebbe date di santa ragione”. Ma io mi trovo meglio su quest’altra strada. Forse i miei bambini sono un po’ più indisciplinati di quanto fossi io da piccola, ma almeno esprimono sé stessi liberamente e senza trattenersi solo perché terrorizzati dalle conseguenze che potrebbero subire.

Nonostante il mio metodo così detto morbido, ci sono  momenti come questo in cui la sculacciata e lo strillo mi partono senza controllo: un momento in cui sono stanca e senza forze, magari ho dormito poco, ho passato un’ora a sistemare una stanza e vedo il disordine riformarsi istantaneamente come se fossi l’unica della famiglia cui importa qualcosa dello stato di salute della casa. Momenti in cui non mi sento capita né tanto meno apprezzata, parlo ai bambini ma non mi sentono, spiego ma non capiscono, chiedo ma non ottengo.

E quando lo sculaccione parte, mica lo si può far tornare indietro. E quello sguardo sorpreso di mio figlio che sembra chiedermi “cos’hai fatto” mi fa più male di qualunque altra cosa. È in quell’istante, vedendo quegli occhi, che capisco di aver oltrepassato una soglia, un limite dal quale dovremmo stare ben lontani, e dal quale bisogna tornare indietro prima di commettere qualche stupidaggine. Realizzo di aver bisogno di una pausa, di chiedere aiuto. Il lavoro di mamma non ha un cartellino da timbrare, è un lavoro 24 ore su 24 e non ci sono ferie o permessi. Ma ora ho bisogno di allontanarmi un attimo per riprendere il controllo  su me stessa.

Mi affaccio nello studio del marito e gli dico  “Faccio un salto all’alimentari, non c’è il latte per la colazione di domani”. Lui solleva lo sguardo dal portatile e mi risponde “Dai, se vuoi ci vado io”

Detesto quel modo gentile con cui lui cerca di privarmi di quei pochi minuti di libertà. Sicuramente lo fa in modo inconsapevole, non si rende conto che per me, con i bambini a casa da più di una settimana, uscire da sola anche solo cinque minuti rappresenta una boccata d’aria.

Insisto: “No, vado io, ho bisogno di uscire un attimo”.

Non mi fermo neanche ad ascoltare la risposta, mi infilo il cappotto prendo la borsa e l’ombrello e mi chiudo rapidamente la porta alle spalle. Salgo in macchina metto in moto e mi avvio verso il centro del paese con la musica a tutto volume. Cerco di fare dei profondi respiri per calmarmi e abbasso un po’ il finestrino per far entrare nell’abitacolo un po’ di aria fredda e pungente.

In realtà il latte non ci serve, era una scusa per uscire di casa, quindi supero l’alimentari e proseguo. La spia della benzina comincia a lampeggiare così mi dirigo verso il benzinaio, che si trova vicino alla stazione. Fatto il pieno alla macchina mi fermo a guardare un treno che passa in quel momento, si ferma per far scendere chi è giunto a destinazione o per far salire chi è all’inizio del suo viaggio e poi riparte.

Quella visione mi ispira, così parcheggio la macchina ed entro nella stazione. Mi dirigo verso il binario più vicino e cammino fino alla fine della banchina. Osservo i binari, si vedono le due linee grigie che diventano sempre più sottili fino a sembrare che si incontrino. Ma due rette parallele, si sa, non si incontrano mai quindi la razionalità ha la meglio sulla vista e suggerisce al cervello che la strada non finisce lì dove sembra esserci il punto di congiunzione delle due linee, ma continua. Continua per quanto ancora? E fin dove?

A casa il rumore, il disordine, gli strilli: e qui il silenzio e la promessa di una meta sconosciuta. Alle mie spalle un rumore che aumenta gradualmente mi fa voltare per scoprire un treno in arrivo. Resto ferma a osservare il primo vagone che si avvicina, mi supera e si ferma poco più avanti. Davanti a me si apre la porta. Nessuno scende, nessuno sale. Senza ragionarci  troppo su, salgo.

Resto ferma a osservarmi intorno: ci sono due giovani ragazzi seduti abbracciati che ascoltano la musica dallo stesso paio di cuffie, una per lei una per lui. Nulla li distrae, hanno gli occhi chiusi, per loro non esiste altro che sé stesso, l’altro e il sottofondo musicale.

C’è un uomo con cappello cappotto e ventiquattr’ore, che ogni tanto osserva annoiato l’orologio. Per lui questo viaggio deve essere una routine che si ripete spesso e non ha più nulla di speciale.

Io invece non ricordo quasi l’ultima volta che ho preso un treno. Ah si, è stato quattro anni fa, il Pupo era ancora piccolo e siamo andati a fare una gita dalla mattina alla sera. Mentre cerco di ricordare i dettagli di quella gita sento le porte che si chiudono alle mie spalle. Mi volto di scatto, cerco una maniglia un pulsante qualcosa per uscire e vedo il panorama che comincia lentamente a scorrere. Il treno è partito.

Ottimo, sono su un treno diretto chissà dove, senza biglietto, senza che nessuno sappia che sono qui. Cerco di non dare nell’occhio: mi metto a sedere e aspetto la prossima fermata per scendere, il treno è solo un regionale non fermerà troppo lontano, poi tornerò indietro, riprenderò la macchina e me ne tornerò a casa.

Guardo un po’ fuori dal finestrino, poi mi guardo intorno a osservare gli altri passeggeri. Vedo due ragazze eleganti che parlano fitto, sembrano molto amiche, si guardano negli occhi, si alternano nella conversazione a ritmo perfetto, senza mai accavallarsi. Sorridono, sembrano complici, trasudano empatia reciproca.

Le amicizie, che tasto dolente. La mia migliore amica vive a chilometri di distanza e le amiche che vivono più vicino riesco a frequentarle poco ultimamente. Loro sono sempre impegnate con il lavoro e durante il week end approfittano per fare ciò che non hanno il tempo di fare durante la settimana, quindi stanno con i fidanzati o i mariti, con la famiglia, escono, viaggiano. Non mancano a volte delle frecciatine tipo “Beata te che hai così tanto tempo libero durante la settimana” quando cerco di inserirmi nei loro impegni il sabato o la domenica. Non lo fanno apposta, ma mi fanno pesare la mia condizione di mamma a tempo pieno.

Come se avessi bisogno del loro giudizio per sentirmi inadeguata. Ci sono giornate in cui arrivo a sera e mi domando: cosa ho fatto oggi? Ho fatto la spesa, ho lavato i pavimenti, sono andata a prendere i bambini a scuola, li ho portati in piscina, ho preparato la cena et voilà, la giornata è finita. Dov’è il mio contributo al mondo? In che modo contribuisco al sostentamento della famiglia? So che tutto ciò che faccio è importante ma mi sembra che mi manchi qualcosa, non mi sento pienamente realizzata. Poi mi chiedo: sono veramente io a non sentirmi realizzata oppure ho fatto mio il pensiero degli altri?

Nessuna delle mie amiche vive la mia stessa condizione, per avere un confronto su queste sensazioni devo rivolgermi ai social network e fare due chiacchiere con persone dei quali leggo i blog. Ben diverso da una conoscenza reale, più tangibile, fatta di sguardi, di un caffè preso insieme. Ma anche meglio di niente, quanto meno non mi sento una pecora nera in un mondo di donne lavorativamente realizzate.

Questi miei pensieri vengono interrotti da una voce che annuncia l’arrivo alla stazione.

Scendo dal treno e mi dirigo verso la biglietteria per acquistare il biglietto per il ritorno: se credevo sarebbe stata una cosa rapida mi devo ricredere dal momento che la trovo chiusa. Bene, ora devo decidere se riprendere il treno senza biglietto o aspettare la mezz’ora che manca alla riapertura.

Mezz’ora più, mezz’ora meno, a questo punto allungo un po’ la gita improvvisata ed esco dalla stazione. Passeggio lungo il marciapiede, nel frattempo ha smesso di piovere e mi godo il semplice gesto di poter camminare senza dover dedicare attenzione a dove sono i bambini. Sia chiaro, io adoro le mie piccole pesti, non potrei immaginare la mia vita senza di loro: ma devo ammettere che ogni tanto è salutare allontanarsi un po’ dal ruolo di mamma e riscoprire la solitudine. Ultimamente la mia attenzione è quotidianamente assorbita dai bambini: non mi concedo mai un momento in solitudine né con mio marito. Ho sempre quella paura di disturbare gli altri, magari mio padre chiedendogli di stare con i nipoti una sera mentre mio marito ed io andiamo a cena fuori da soli, o addirittura chiamando una babysitter.

Arrivo a un bivio dove un cartello attira la mia attenzione, con la scritta “La casa delle donne che corrono con i lupi” e una freccia. Non so perché, questa immagine mi ispira, così volgo lo sguardo nella direzione indicata dalla freccia. La casa delle donne che corrono con i lupi. La casa, quindi un rifugio. Delle donne, quindi un universo femminile. Corrono, non camminano, non si riposano, non stanno ferme: loro corrono, sprigionano energia. E non corrono da sole, non corrono come chi lo fa per sport. Loro corrono con i lupi, è energia selvatica in movimento.

Imbocco la stradina seguendo le indicazioni del cartello. Percorro una strada alberata, in leggera salita, fino a raggiungere un cancello con all’esterno lo stesso cartello. Mi fermo a fissarlo chiedendomi cosa ci sia al di là. Una voce mi domanda “Posso aiutarti?” Mi giro: una signora sulla cinquantina, capelli brizzolati al naturale, corti e un po’ scompigliati mi osserva con un sorriso gentile.

“No grazie” mi affretto a rispondere. Non so nemmeno io bene cosa ci faccio qui, tanto meno lo saprei spiegare a una sconosciuta. Mi giro per andarmene, poi mi fermo. Qualcosa mi trattiene, questo incontro casuale mi incuriosisce. Mi volto di nuovo verso la signora, che mi sta ancora guardando, sempre sorridente.

FINE PRIMA PARTE

 

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3 commenti

  1. Complimenti, bel racconto!


  2. Grazie! Spero ti piacerà anche il seguito, domani


  3. Lo sto già aspettando! 🙂



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