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La prima mammografia non si scorda mai.

5 dicembre 2014

Andare a fare la mammografia quando tua madre è morta di cancro non è una passeggiata, dal punto di vista emotivo.
Già hai questo fatto della “ereditarietà” e della “familiarità” che ti pesa sulla testa come una spada di Damocle.
Ma quantomeno, riesci a non farci caso per la maggior parte del tempo. Riesci a pensare di avere a stessa probabilità di chiunque di ammalarti.

Poi un bel giorno compi 35 anni ed entri in quella fascia di età in cui, a causa della suddetta familiarità, è consigliabile anticipare la mammografia.

Fai un bel respiro, prendi il telefono e prenoti.
C’è un posto libero domattina“.
Cavolo, non l’avevo considerato. Pensavo di aspettare settimane e abituarmi lentamente all’idea.
Ma forse è meglio così: via il dente, via il dolore.

La mattina dell’appuntamento, telefona la segretaria: “Il dottore purtroppo oggi non può venire ma se vuole c’è il tecnico, intanto fa la mammografia e domani gliela referta il dottore.
Ok, facciamo un passo alla volta.

Arrivo nello studio e incontro lei, la macchina “Schiaccia-tette”, munita di presse futuristiche. La guardo terrorizzata: non vorrete mica che infilo alcunchè di mio lì dentro vero?
Il tecnico si ripara dietro un vetro: la mammografia è pur sempre una doccia di radiazioni.

E’ sicura di non essere incinta?
Beh, non saprei, potrei pur sempre fare parte di quello 0.1% di casi di fallimento della pillola anticoncezionale.

Devo riconoscere che il tecnico mi mette a mio agio, “le darà un po’ fastidio, mi dica lei quando devo fermare, consideri che più premiamo meglio viene l’immagine“.
Alchè collaboriamo: io dico àia quando comincio a sentire un po’ male, lui mi chiede se possiamo aggiungere un millimetro, raggiungiamo lo strizzamento ottimale.

Insomma, il primo passo è fatto: non è stato così terribile, non doloroso ma solo un pochino fastidioso. E sono tornata a casa con tutto ciò che avevo prima, al suo posto.

Passata la paura fisica, il giorno dopo mi tocca quella emotiva.
Sento la presenza di mamma di fianco a me, che mi infonde coraggio.
Penso a cosa avrà passato lei, anni fa, a girare per studi medici per anni, ad aspettare nelle sale d’attesa, sperando in buone notizie.
Allo sconforto che l’avrà assalita quando queste non arrivavano.

E’ il mio turno. Il dottore mi dice “vado a prendere la sua mammografia“, si infila in una stanza con altri due signori e cominciano a chiacchierare del più e del meno. Io nel corridoio sento tutto dalla porta socchiusa, e non mi pare vero che mi lascino a macerare nell’attesa mentre discutono degli ultimi ritrovati tecnologici nel campo degli ecografi. Passati 20 infiniti minuti, il dottore esce, forse nota il mio sguardo assassino e  mi fa “Stia tranquilla, la mammografia è pulita, non c’è nulla

Devo resistere ancora qualche minuto e ricacciare indietro le lacrime che sento premere nelle orbite.
Ancora qualche passo per uscire dallo studio, ancora qualche passo fino alla macchina, e posso crollare in un pianto liberatorio.

Sento un pat pat sulla spalla, come a dire “te l’avevo detto bimba mia che andava tutto bene.”

mi manchi mamma.

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