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Racconto del parto: il travaglio

26 gennaio 2009

Se il pretravaglio era stato per me abbastanza gestibile, durante il travaglio ho perso il  lume della ragione.
Non sono riuscita a rilassarmi minimamente, nè a mettere in pratica le tecniche di respirazione imparate al corso pre-parto.
Durante le contrazioni lanciavo urli e imploravo pietà, che qualcuno facesse smettere quelle fitte insopportabili.

Mio marito poverino mi stava vicino, impotente.
Io gli dicevo “Chiamali, che mi diano qualcosa, ci sarà pur qualcosa che mi possono dare… TU NON CAPISCI QUANTO FA MALE“.
Che poi io non sono una che si lamenta quando ha dolori, e tantomeno sono una che prende medicine al primo doloretto.

Inoltre avevo sempre sostenuto di non voler fare l’epidurale.
L’epidurale è un’anestesia locale che non ti fa sentire i dolori del travaglio ma che ti può essere fatta solo se arrivi a una certa dilatazione. Però non ti fa partecipare attivamente alla fase espulsiva, perchè non senti le contrazioni.
Io, stoicamente, sostenevo di voler partecipare in piena consapevolezza a tutte le fasi della nascita del mio bambino.
Perdipiù non mi ispirava per niente l’idea di farmi sforacchiare la colonna vertebrale!

E invece, una volta in preda a lancinanti fitte alla schiena che mi lasciavano stremata, imploravo che mi dessero qualunque cosa, che mi facessero pure l’epidurale.

Non voglio spaventare eventuali future mamme che si siano messe a leggere questo post: il travaglio per ogni donna è diverso.
Il mio è stato relativamente breve (4 ore) ma mooolto intenso: quello di mia cognata ad esempio è stato molto lungo (una decina di ore) ma durante esso lei ha pure dormito!

Il travaglio, nell’ospedale dove ero ricoverata io, lo si trascorre nel reparto degenze, quindi ero in quella che sarebbe poi stata la mia stanza.
Avevo una compagna di stanza, che ho visto distrattamente: non ero molto concentrata su ciò che mi circondava. Ricordo di aver visto delle donne incinte affacciarsi alla stanza con gli occhi sbarrati: forse si chiedevano se anche loro avrebbero fatto tutti quei versi…

Ogni tanto mi trascinavo verso la stanza delle ostetriche, accasciandomi al suolo quando arrivavano le contrazioni, lì nel corridoio, e imploravo la sventurata di turno di darmi qualcosa per quei dolori: la risposta era sempre la stessa “Non le possiamo dare nulla, sennò interrompiamo il travaglio”.
Guarda caso era proprio quello che volevo: interrompere tutto e andarmene a casa. Fermate il travaglio, voglio scendere!!

Non so di preciso che ore fossero, saranno state le 11, 11 e mezza, quando ho sentito che qualcosa stava cambiando: le contrazioni erano diverse.
Oltre alle spade infuocate che mi si conficcavano nella schiena, sentivo la pancia che… spingeva da sola.
E appena le ostetriche hanno sentito che dicevo così, mi hanno visitata per vedere a che dilatazione ero arrivata e hanno deciso che era il momento di andare in sala parto.

Entrai così nell’ultima fase del parto: la fase espulsiva.

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2 commenti

  1. Te lo ricordi proprio bene, sì!
    la tua descrizione è molto realistica e viva… non l’avevo mai sentito raccontare così. Attendo il resto…


  2. Subito accontentata! 🙂



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